VenetekaMade in Venice
Lion

Made In Venice

 

Tralasciando per ora la tragedia di immane portata che colpì i cittadini dei territori della Repubblica Veneta in seguito alla nefasta annessione al Regno d’Italia, svoltasi all’insegna della truffa e contro tutti i crismi di una seria interpellazione refendaria, come oggi finalmente ci è dato di sapere, vogliamo soffermarci, almeno momentaneamente, su ciò che sta succedendo alla città di Venezia da qualche anno a questa parte.
Sarebbe da ingenui pensare che i cambiamenti repentini che ebbero luogo a Venezia dal 1797 al 1866 non ne abbiano deturpato il magnifico volto in maniera tanto sconvolgente, come se la donna più bella del mondo, da un momento all’altro, si trasformasse in una irriconoscibile megera e il suo viso splendido si coprisse improvvisamente di pustole infette e tutto finisse tristemente nel peggiore dei modi. Non molti possono immaginare cosa era stata davvero Venezia prima del terribile 1797 o del luttuoso 1866, quando le invasioni barbariche di Francesi prima e Italiani poi, la fecero cadere dal trono sul quale sedeva fiera da più di un millennio. Chiunque abbia letto “Venezia Scomparsa” di Alvise Zorzi può a stento farsi un’idea di cosa era stata Venezia, la Repubblica di Venezia, prima che il contagio della pestilenza democratica invadesse l’Europa alla fine del XVIII secolo.
Quindi la Venezia in cui si trovano a vivere i Veneziani del Novecento è già una città che ne ha viste di cotte e di crude: negli ultimi due secoli ha subito depredazioni e saccheggi che l’hanno portata al collasso, quasi alla morte; poi, però, è sempre riuscita a rialzarsi in piedi, e più volte, ricominciando tutto da capo, nonostante le ferite siano così profonde da impedirle, almeno per il momento, di riprendersi del tutto, spezzando gli schiavettoni che la tengono prigioniera e riprendendosi tutto ciò che le appartiene.
È una Venezia, quella novecentesca, che conta numerose imprese e fabbriche, mettendo per l’ennesima volta in luce la naturale predisposizione all’imprenditoria dei suoi abitanti, i quali, dopotutto, sono pur sempre gli eredi di coloro che la fondarono. In città, infatti, circolano ancora tanti cognomi di famiglie che fecero grande la Venezia repubblicana: vi abitano ancora gli esponenti di alcune delle famiglie apostoliche, quelle originarie, assieme a molti altri eredi di patrizi veneti.
Verso la metà del Novecento, a Venezia si contano numerose fabbriche che dànno lavoro a quasi tutta la popolazione. Ma poi succede qualcosa che ribalta la situazione e fa nuovamente cadere in disgrazia la città lagunare: iniziano a chiudere le fabbriche e la gente è costretta a lasciare la propria città. Questa ennesima diaspora veneta si aggiunge a quella delle isole, come Murano, che nel giro di poco tempo assiste alla chiusura di parecchie sue fornaci, mandando in crisi il mercato del vetro: la ricerca e la sperimentazione subiscono un forte contraccolpo e hanno una battuta di arresto, costringendo molti Muranesi ad abbandonare la propria isola per cercare fortuna altrove, in genere in terraferma, visto che la stessa Venezia versa in grave difficoltà.
La crisi degli anni Cinquanta del Novecento è determinante, perché da lì in poi la città lagunare, non avendo più le fabbriche per lavorare certe materie prime, sarà sempre più alla merce’ di mercati stranieri, soprattutto per quanto riguarda un certo tipo di oggettistica, in particolar modo quella rivolta ai visitatori a caccia di souvenir, un articolo di fondamentale importanza per l’economia di una città come Venezia, proprio quando sta per esplodere il fenomeno del turismo di massa.
Il turismo di massa è un fenomeno che scoppia all’indomani della rivoluzione industriale degli anni ’60 del Novecento: le politiche economiche delle città turistiche devono essere pronte a soddisfare la domanda, altrimenti rischiano di rimanere tagliate fuori dal nuovo business, perdendo notevoli introiti. Si deve promuove dunque la creazione di confortevoli posti di accoglienza per i nuovi turisti: alberghi, ristoranti e via dicendo. Questa massa umana che si mette in viaggio verso le capitali della Storia e dell’Arte, tra le quali la meta più agognata è rappresentata proprio dalla città lagunare, non vuole solo visitare, mangiare e dormire: vuole anche e soprattutto un ricordo della città da lui visitata da portarsi a casa, per sé e per amici o parenti o anche solo per esibirla, prova tangibile del suo viaggio, perciò del suo tempo impiegato, non a lavorare, come un servo della gleba, bensì a spendere e a divertirsi, cosa che gli consente un ulteriore lusso: la sensazione di essere, almeno per un po’, un protagonista nella vita di altre persone. Quindi,  il souvenir assume i connotati del vero e proprio status-symbol nella nuova, contagiosa moda dei viaggi con soggiorno più o meno prolungato verso le capitali della Cultura.
Ma se nel luogo che si è scelto come meta del proprio svago o diletto scarseggiano o sono addirittura assenti le persone, gli artigiani e gli artisti deputati a tenere alta la bandiera della produzione di oggetti tipici del posto, in cui il ricordo della vacanza prenda così dimora per sempre, e si è perciò costretti a comprare dozzinali oggetti prodotti in Paesi che distano migliaia e migliaia di chilometri dalla città prescelta per le ferie, cosa ne è di quella piccola, grande sensazione di protagonismo che il viaggiatore porta baldanzosamente dentro di sé appena rientra a casa? Ma soprattutto, cosa ne è del carattere, dello spirito e della dignità di un Popolo che, tramite quelle metonimie della sua Civiltà che il souvenir incarna, vorrebbe farsi ricordare per quello che egli rappresenta o ha rappresentato nel mondo? La risposta è “NIENTE”, il nulla più assoluto. Ecco allora che milioni di persone ogni anno si portano a casa da Venezia la gondoletta made in China e, non c’è fine al peggio, il pezzo di vetro di esotica provenienza spacciato per “made in Murano”. Che senso ha questo mercimonio dell’anima stessa di una Nazione? Né più né meno, il senso che ha avuto; per Pinocchio, l’andare nel paese dei balocchi, dove la libertà dalla monotonia della vita lavorativa di tutti i giorni, sensazione propria di chi è in vacanza, è stata confusa con la mera illusione di essere liberi. Ma la pura verità è che dietro queste colossali operazioni di mercato, che sfornano immonde porcherie per la supposta gioia del visitatore del turismo di massa, trattato alla stregua di un’acefala bestia da soma, ovviamente grazie alla sua implicita complicità, si nascondono le multinazionali del gadget. Per la felicità di chi, purtroppo, pensa sia normale e logico acquistare una torre di Pisa in resina a Venezia.
Il mercato del gadget di bassa lega è una realtà che deve fare riflettere. Bisogna prendere coscienza del fatto che non è assolutamente normale che una città come Venezia, per il suo passato ineguagliabile e per il suo presente che potrebbe ancora esserlo, e per il suo futuro, che dovrebbe essere più che roseo, si stia trasformando alla velocità della luce in un covo di ricettatori del souvenir “NOT made in Venice”. E, complici gli stessi Veneziani, questo è un mercato che ha preso piede in modo esponenziale da una ventina d’anni a questa parte. La complicità dei Veneziani, che sarebbe meglio chiamare neo-Veneziani, per non offendere mortalmente i loro illustri predecessori, è più che mai sotto gli occhi di tutti: sempre più essi permettono che questo accada, cedendo i negozi ai mercanti di foreste porcherie, che qualche delinquente osa definire con ignominiosa espressione “specialità veneziane”… made in China!
Sarà poi compito della coscienza del visitatore chiedersi, al suo ritorno a casa, se potrà vantarsi - senza provar vergogna - di aver trovato posto, sulla sua mensoletta dell’IKEA, per un souvenir di Venezia prodotto a Shanghai.
Fino alla prima metà degli anni Novanta del Novecento, Venezia era una città quasi normale, per quanto potrebbe esserlo una città così specialmente particolare. I negozi di servizi per la popolazione c’erano e in buon numero: frutarioli, becheri, pistori, speziali, sarti, tappezzieri, soaxari, battioro, orafi, orologiai, ottici, tintori, maestri d’ascia; e ci sono pure negozi di giocattoli, di modellismo e belle boutique per bambini e per adulti con articoli prodotti nella Penisola italica a prezzi del tutto abbordabili.