VenetekaIL LEONE DI SAN MARCO (ieri e oggi)
Lion

Il Leone di San Marco
(ieri e oggi).


Significato araldico e simbolico del Leone di San Marco.


Quando il Governo della Repubblica di Venezia decise di adottare un simbolo che potesse degnamente esprimerne la potenza e maestosità nel mondo, la sua scelta ricadde sul Leone di San Marco, soprattutto in virtù del fatto che ne aveva precedentemente acquisito le sacre spoglie. Ora non sappiamo se Venezia avesse avuto fin dal principio l’intenzione di magnificare San Marco al punto di farlo diventare la sua unica icona suprema, ma sta il fatto che da quel momento, il Leone di San Marco iniziò a fare la sua comparsa in ogni occasione ufficiale: in ogni insegna del potere, sotto tutte le forme, con ogni tipo di materiale e in svariate pose nei territori della Veneta Serenissima Repubblica, egli spiccava trionfante su qualsiasi altro santo locale a cui era stata tributata fino a quel momento la più fervida dulìa, sia popolare, sia di Stato. E con quali formidabili attributi, questa Creatura si impose all’immaginario collettivo del Popolo Veneto! Alato e aureolato, incoronato con la “zogia” dogale (il favoloso copricapo in broccato, spesso tempestato di gemme preziose, indossato dai Dogi – insert pic); insomma, su ogni distintivo veneto, fosse esso religioso, civile o militare, sia di guerra, sia di pace, campeggiava il magnifico e terribile Leone di San Marco. Questo processo di acquisizione del simbolo marciano non avvenne certo da un giorno all’altro. A grandi linee si può dire che sotto il dogado di Giustiniano Partecipazio (827-829), XI Doge di Venezia, la Repubblica entrò in possesso del corpo di San Marco grazie ai servigi di due mercanti che, mediante un brillante stratagemma di cui parleremo più avanti, ne recuperarono le spoglie ad Alessandria d’Egitto: è dunque da quel momento in poi che ha inizio il culto dell’Evangelista Marco in ambito lagunare; l’adozione vera e propria dell’immagine della Creatura che lo simboleggia a fini propagandistici avverrà anch’essa per gradi.

Per quanto concerne il supporto scelto per diffondere la nuova e più potente icona della Serenissima, stando all’attendibile parere del Papadopoli, le prime immagini del Leone alato furono quelle che la “Cecca” (Zecca) veneta fece circolare coniandolo sui suoi zecchini. Ad ogni modo, entro la prima metà del 1200, esso era già assurto a emblema del patrono Marco protettore di Venezia, finalmente comparendo, oltre che nelle monete, anche negli scudi, negli stemmi dei casati patrizi, negli stendardi e nei gonfaloni della flotta veneta diventando così il blasone ufficiale dell’intera Repubblica, ormai conosciuta con il nome di Repubblica di San Marco, in tutti i suoi domini di terraferma e d’oltremare.
Il simbolo di cui stiamo trattando è qualcosa di davvero speciale, è un Leone senza pari, con l’iniziale maiuscola, poiché non si tratta della pedissequa rappresentazione di un semplice leone della savana: esso è infatti dotato di aureola, in rari casi stellata, a rammentarci la dulìa da tributargli; è dotato anche di portentose ali che lo che lo rendono vittorioso sulla invincibile forza di gravità, che tiene invece noi avvinti alla Terra; inoltre, quali ulteriori attributi che contribuiscono a distinguerlo dal pur celebrato re della foresta, egli reca seco un libro o una spada o, qualche volta, entrambi (insert pic stampa donde viene il Leone “Vntk” + la mia kina su parchment); talvolta, in loro vece, regge con una zampa anteriore uno scudo con le insegne di questo o quel casato patrizio iscritto al «Libro d’Oro»; possiede poi una coda che il più delle volte disegna una maestosa “S” nell’aria: dicono che stia a indicare l’iniziale della parola “Serenissima”; una impalpabile caratteristica ma di fondamentale importanza è impressa sul suo volto: esso è antropomorfo, seppur velatamente, quasi voglia dirci: “ricordatevi che io sono San Marco, l’Evangelista, anche se mi vedete sotto forma di Leone!”; così venne definito, infatti, in un decreto del Consiglio di X datato 31 Agosto 1491, in piena coerenza coi dettami evangelici. Come si può dunque vedere, questo non-Leone, o meglio, questo oltre-Leone ha ben poco in comune con un semplice felino selvatico a cui sia stato semplicemente “incollato” questo o quell’attributo intriso di nota e meno nota simbologia: esso, repetita iuvant, è la personificazione stessa dell’evangelista Marco a cui la RepubblicaVeneta giurò eterna fedeltà in cambio della di Lui eterna protezione.
Per quanto concerne il Libro aperto, che alcuni ritengono sia il Vangelo di San Marco, esso è anche l’oggetto che più di qualsiasi altro si accompagna al Leone di San Marco, quindi è un elemento di notevole carico simbolico: infatti, normalmente, la zampa anteriore destra o sinistra, a seconda che la Creatura sia rivolta verso lo “Stato da Tera” o  verso lo Stato da Mar”, vi è posata sopra, mantenendo il Libro in posizione eretta, di modo che poggi verticalmente sulla nuda terra, quasi a voler sottolineare il mistico legame religioso (“religo”) che, tramite la dichiarazione di pace impressavi sopra, lo unisce alle Terre e alle popolazioni del Veneto Dominio; la sopramenzionata dichiarazione di pace consiste nel motto in Latino Pax Tibi, Marce, Evangelista Meus (inserire nota con la seconda parte della frase in Latino - hic requiescet corpus tuum – con cui un angelo sotto forma di Leone alato avrebbe dato il benvenuto al santo evangelista Marco che era naufragato su qualche isola della Laguna veneta); di tanto in tanto, il motto in Latino riportato sul libro ghermito dai leonini artigli è di altro tenore, come nel caso della statua del Leone di Traù (andata disgraziatamente distrutta nei territori dello Stato da Mar assieme ad altre migliaia di statue marciane sotto la tremenda dittatura di Tito), sul cui Libro era incisa la profetica scritta Iniusti Punientur Et Semen Impiorum Peribit (“Gli ingiusti saranno puniti e il seme degli empi perirà”) (inserire pic Leone di Traù).
In qualità di disegnatrice di Leoni marciani, non ho potuto fare a meno di dare una mia interpretazione a pastello di quella bellissima scultura:

reperibile, come tutte le altre mie opere marciane che troverete di seguito nel menu di questo sito sotto la voce "Made in Venice", nel sottomenu "Made in Venice".
Tornando al Libro, connotato pressoché inscindibile dal Leone marciano, può essere raffigurato anche chiuso; in questo caso è poggiato orizzontalmente per terra ed è tenuto ben saldo sotto una zampa anteriore del Leone che, con l’altra zampa, brandisce, in maniera visibilmente decisa e virile, una spada: taluni ipotizzano che questa raffigurazione del Leone vada interpretata come un messaggio bellicoso, benché ciò non sia avvalorato da fonte alcuna; tuttavia, questa tesi un po’ spregiudicata tende a far colpo su molti.
Nonostante quanto sto per esporre possa forse far rabbrividire più di un ligio sostenitore dell’ortodossia iconografica marciana, ho ritenuto di potermi permettere il lusso di “strafare” nel disegnare  un Leone marciano con libro chiuso e spada, aggiungendovi qualche “capriccio”: qualcosa che si sarebbe forse potuto permettere soltanto un artista incaricato di dipingere l’icona marciana dalla Serenissima… ad ogni modo, vi assicuro che si è visto di peggio.
Tornando al mio disegno (sempre a pastello), come si può notare, oltre al canonico Libro, benché chiuso, oltre alla meno canonica spada e oltre all’ancor meno canonica aureola stellata, vi sono due particolari di mia invenzione, cosa che, peraltro, contribuisce a rendere il Leone di San Marco un simbolo ancora in divenire, sebbene la Repubblica Veneta, o ciò che ne rimane, sia stata occupata temporaneamente dall’usurpatore italiano: il primo particolare a cui mi riferisco è rappresentato dall’iscrizione sul dorso del Libro, Nihil Me Domat (“Nulla mi doma”), iscrizione che trovai anni fa al di sotto di un Leone andante in terracotta classico (per classico intendo: rivolto verso i domini della Terraferma, cioè verso Ovest, con il Libro aperto - retto dalla zampa anteriore sinistra – che reca la classica iscrizione “Pax Tibi Marce Evangelista Meus”). Personalmente, trovo che il tenore di quest’iscrizione non stoni minimamente con il piglio espresso dal Leone di San Marco nel suo insieme. Il secondo particolare è dato dal pennacchio della coda: osservandolo attentamente vi si potrà scorgere la testa di una serpe con l’occhio azzurro che, secondo le mie intenzioni, simboleggia l’accortezza e la prudenza, qualità, anzi, virtù teologali intrinseche alla figura di un Evangelista.


Non meno interessanti e varie dei suoi celestiali attributi, le posture del nostro San Marco "soto forma de liòn" cambiano a seconda delle contingenze, o meglio, a seconda del messaggio che esse intendono veicolare: malgrado lo si incontri generalmente "andante", può essere ammirato anche "in moléca", "rampante", seduto, visto di lato da destra o da sinistra, oppure visto di fronte, che guarda verso Ovest o verso Est, cioè verso le origini del Ducato veneto.
Quando il Leone è "passante", è girato verso lo "Stato da Tera" (con il capo e il corpo rivolti verso i territori occidentali dell’Impero veneziano) o verso lo "Stato da Mar" (con il capo e il corpo rivolti verso i territori orientali dell’Impero veneziano).
La postura “in moleca”, invece, costituisce con tutta probabilità la più antica rappresentazione esistente del Leone marciano (inserire foto moleca antica somigliante a drago, il piu antico frammento finora ritrovato).



Il Gonfalone di San Marco.


Il Leone dei gonfaloni storici era generalmente intessuto in oro su fondo cremisi: una coppia di colori decisi e sobri al contempo, dunque. Questo tipo di Leone è definito “andante”, detto anche “passante” (inserire immagini) ed è la versione ufficiale del gonfalone della città lagunare. Ne esistono però anche altre versioni, meno note, o meno popolari, se vogliamo, il cui elemento prìncipe è comunque rappresentato dall’immancabile effigie del Leone alato. In entrambi i casi, le due zampe posteriori poggiano sull’acqua, a significare il dominio della flotta veneziana sull’elemento acquatico. Questo tipo di rappresentazione iconografica del Leone marciano può essere talora arricchito da altri elementi, perlopiù architettonici, quali una torre sullo sfondo, a rappresentare il dominio da parte della Serenissima Repubblica di Venezia sui feudi di Terraferma, contrapposti ai possedimenti oltremarini, quelli istriano-dalmati, qualora il Leone sia rivolto a Ovest.
Qui di seguito, ecco una serie di immagini del Leone alato in posture differenti da quella classica propria del vessillo cosiddetto della città di Venezia (inserire immagini).

 

Motivazioni della scelta del Leone di San Marco quale massimo emblema della Veneta Serenissima Repubblica.


Varie sono le cause per cui Venezia scelse di identificarsi come entità statuale nel Leone di San Marco: una è indubbiamente religiosa (mitica, direbbero oggi); la seconda è storica. Ma andiamo con ordine. Secondo la prima motivazione, Venezia, appropriandosi del simbolo del Leone marciano, non faceva altro che confermare la propria adesione alla cristiana religione quale culto di Stato e per rendere meglio l’idea non c’era di meglio che far proprio uno dei simboli di massimo prestigio dell’iconografia cristiana: il Leone sotto le cui sembianze i Vangeli indicavano l’evangelista Marco; potersi  fregiare di questo maestoso simbolo, stava anche a indicare il fatto che la Repubblica Veneta, essendo in possesso delle sacre spoglie dell’evangelista Marco, aveva il pieno diritto di sfruttarne l’immagine anche a fini politici, nonché economici. In effetti, il Leone racchiude in sé molti elementi adatti allo scopo: esso rappresenta la forza, la potenza che, unite all’elemento religioso,  contribuirono a creare attorno a Venezia un’aura mitica e inoltre un investimento divino per cui, in nome e per conto di san Marco, Venezia agì nella Storia.

 

Come Venezia entrò in possesso del corpo dell’evangelista Marco.


Attorno all’828, due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello (probabilmente investiti del serenissimo ordine di appropriarsi di tutto ciò che potesse capitar loro sotto tiro), fecero scalo ad Alessandria; là vennero messi a parte da due religiosi, nonché custodi delle spoglie di San Marco, del fatto che le sue reliquie correvano serio pericolo di andar distrutte e quindi disperse, a causa della dominazione araba sotto cui si trovava la città egiziana; i due mercanti si offrirono quindi di trafugare il corpo del santo, al tempo patrono di Alessandria, e di portarlo in salvo, cosa che puntualmente avvenne. Ecco lo stratagemma con cui i due mercanti contribuirono a dare un nuovo Patrono alla Serenissima Veneta Repubblica: essendo riusciti ad appropriarsi delle spoglie di San Marco evangelista, grazie alla collaborazione dei sopraccitati chierici, escogitarono un trucco da manuale: ricoprirono il santo corpo con sottili fettine di carne di maiale, animale massimamente inviso ai musulmani, onde riuscirono, senza tema alcuna, a eludere un'approfondita ispezione delle loro merci presso la dogana di Alessandria.



Fondazione del mito del Leone marciano.


Da quando Buono da Malamocco e Rustico da Torcello ebbero rimesso piede in patria assieme al loro sacro bottino, l’evangelista Marco assurse a primo e incontrastato patrono dello Stato Veneto e della sua potente flotta mercantile, spodestando il precedente protettore della città, San Teodoro (San Tòdaro, in Lingua veneziana) e comparendo ovunque e per ogni occasione “soto forma de lion”, andante o in “moléca”, simbolo di per sé sufficiente a rappresentare il santo in carne e ossa nella sua interezza, che venne riassunto, per così dire, nel solo volto del potente felino, dipinto o scolpito in modo tale da possedere tratti umani al fine di non essere confuso con il “comune” re della savana. Questa operazione di sapiente, a tratti finanche assillante, costruzione del mito del leone marciano, opera degli abilissimi ideologi della propaganda veneziana, venne espletata materialmente dai mitici piantaleoni, incaricati di disseminare a più non posso, in lungo e in largo per i territori della Serenissima, il glorioso simbolo del Leone marciano. I materiali preferiti per questa operazione propagandistica furono la pietra d’Istria e il marmo, particolarmente adatti a dare una forte sensazione di solidità alla nuova strabiliante icona dell’Impero veneziano.
Una volta scelta la gamma iconografica entro cui operavano simbologia, colori, nonché posture del Leone alato, non rimaneva altro da fare che attendere i frutti della geniale propaganda veneziana e il mito sarebbe stato pronto per il decollo verso l’eternità!

La solennità del 25 Aprile.


Per la festa del nuovo santo patrono, fu scelta una data particolarmente significativa: il 25 Aprile, e a questo proposito vi è un aneddoto significativo da riportare, afferente la profonda motivazione alla base dell’istituzione di questa solennità (inserire foto pagina della Filotea riferentesi all’origine della festa del Santo patrono Marco e al suo primo miracolato Sant’Aniano calegher). La scelta di tale data, inoltre, non è relazionata ad eventuali “censure” di festività pagane antecedenti, come qualcuno potrebbe essere portato a pensare.
Questa vincente creazione iconografica, che oggi potremmo definire con snellezza linguistica un riuscitissimo logo d’altri tempi, accompagnerà la gloriosa Storia della Veneta Serenissima Repubblica fino alla fine dei suoi giorni e oltre: fino alla fine del mondo. Infatti, anche in questa era di occupazione italiana delle Terre di San Marco, il simbolo eccellente di Venezia continua a essere il maestoso Leone di San Marco, dopo più di mille anni dalla sua adozione, nonostante i reiterati tentativi delle amministrazioni “foreste” di attentare all’icona stessa del Leone di San Marco (inserire nota a piè di pag. sulla Leontoclastia napoleonica e di Tito: riferimento, “Dalla Parte del Leone: la resistenza popolare marchesca” del prof. Luigi Tomaz), sminuirne glorie e vittorie, non tanto quelle militari – grandiosi, ineguagliati esempi di tattica militare, nonché vere e proprie fonti di ispirazione pittorica e artigianale presso le botteghe dei pintori – quanto quelle artigianali, artistiche e tecnologiche, che permisero alla civiltà lagunare di dominare incontrastata i mari e le terre del proprio veneto dominio e del mondo conosciuto di allora per più di cinquecento anni di incontrastato potere sul mondo intero.

 

Il Leone e la Chimera: due simboli estranei fra loro.


Contrariamente a quanto si crede, il Leone “alato” posto al di sopra di una delle due colonne in Piazza San Marco affacciate sul bacino, di fronte a san Tòdaro, primo patrono della città di Venezia come abbiamo già detto sopra, non è un Leone marciano, benché molti ne siano convinti e ne vogliano convincere anche le ignare masse di visitatori. Esiste un’ottima pubblicazione sulla Chimera, ambiguamente intitolata “Il Leone di Venezia”, dal quale si evince che i Veneziani, non buttando mai via nulla, da abili sfruttatori delle circostanze, trasformarono una Chimera assira in un apparentemente credibile Leone marciano. L’analisi metallurgica condotta sullo splendido reperto assiro non lascia spazio a dubbi in proposito: le ali le vennero aggiunte dopo al fine di travestirla, in maniera lievemente carnascialesca, da Leone di San Marco.

 

Leontoclastia.

 

A chi non è mai capitato di notare un noto distintivo che appare sui caschi dei giocatori di football americano dei Washington Redskins, testa che è simbolo di fierezza e coraggio, qualità di cui l’epopea reale (e non cinematografica) degli invasori europei delle terre dei Nativi americani difetta. Che gli invasori che distrussero intere civiltà, per mezzo di un trentennale impietoso genocidio su cui nessuno si vuole soffermare mai a lungo se non per il tempo di una pellicola di Kevin Kostner, che degli incalliti criminali, invasati da ben poco cristiane monolitiche e vendicative deità veterotestamentarie, si permettano di adoperare i simboli dei Popoli da loro vinti ma mai convinti è davvero il colmo. Ma chiamiamole “incoerenze”, anzi: “incongruenze moderne”, giusto per non sembrare troppo polemici. D'altronde, gli invasori europei della Nazione americana non sono mica gli unici ad aver sconquassato un equilibrio ultra-millenario, se non addirittura ben più antico.
In giro per il mondo, in quest’epoca rivoluzionaria, non mancano, tra le tante assurde incongruenze, inopinati esempi di incoerenza ideologica inerenti l’indebita appropriazione, da parte degli occupanti di turno, dei simboli appartenuti alle Nazioni sottomesse nelle proprie terre ancestrali. È il caso delle Nazioni storiche europee non più rappresentate nelle cartine geografiche che in seguito agli sconquassamenti geo-politici indotti dalla Rivoluzione Atlantica che in Europa prese il nome di Rivoluzione Francese di fine Settecento, furono spazzate via dalle oligarchie democratiche che avevano rovesciato le dinastie aristocratici e preso possesso delle loro dignità, terre e popolazioni: stiamo parlando degli oligarchi della vigente democrazia massonica. In cosa consista, nella fattispecie, l’incoerenza ideologica è presto detto: gli occupanti, nonostante siano la causa dei violenti rovesciamenti geo-politici che privarono molte Nazioni europee dei loro Popoli e i Popoli della loro Nazioni, ammirano, senza ritegno alcuno, le epopee, le tradizioni, gli usi e addirittura la gastronomia, oltre ai simboli ovviamente, dei Popoli da loro invasi, derubati e trucidati. Siamo di fronte a una smemorata follia o a un deliberato sfruttamento di risorse culturali? Probabilmente entrambe le cose. Le nuove forze governative (gli usurpatori) si dànno tenacemente da fare per conquistare non già i possedimenti, già espropriati, quelli, dei loro sudditi, bensì i loro cervelli, in una gara che non ha fine: si fanno concessioni a chi collabora, certo, è la prima cosa da farsi, se si vuole avere ai propri piedi almeno un manipolo di schiavi che ti adorino e ti legittimino: non si può eliminarli, in qualsivoglia modo, tutti. Prima si eliminano fisicamente le teste calde, quelli che resistono. Poi il resto vien da sé: la paura fa novanta e fa il suo lavoro alla perfezione. Al resto ci penserà la scuola dove i figli dei sottoposti frequenteranno la lezione della matrigna-patria: prima dell’unificazione erano le tenebre. E venne l’unificazione e tutto fu chiaro e limpido come un giorno estivo. Ci vorrà del tempo, certo, ma intanto il tempo passa, è galantuomo, il tempo, e anch’esso fa il suo lavoro alla perfezione. A scuola si studia il benefico risorgimento, che come manna dal cielo cadde in testa a ‘sti bifolchi, che prima della civilizzazione piemontese erano poco più che barbari a quattro zampe. Questa è la lezione della storia dell’invasore. E siccome non siamo tutti nati né col pallino per la politica, né col pallino per la Storia (men che meno, quella del proprio Popolo!), le cose le si accettano come ci vengono propinate. La Santa Unità d’Italia fece il miracolo di liberare gli italiani dall’invasore austriaco. Più indietro di così non è permesso andare, altrimenti la propaganda italiana non ne uscirebbe viva. Uno dei libri, per tanti anni obbligatorio a scuola, con il quale si cerca di incollare un’inincollabile unità, si chiama “Libro cuore”; tutto un programma: ti fa cariare il teschio dei tuoi morti.
Cos’altro viene in mente, quando si citano questi sciacalli della Memoria? Forse ogni Popolo invaso, privato della propria indipendenza e oppresso potrebbe dire la sua in merito, dai Veneti ai Palestinesi ai Tibetani, ai Rohingya, agli Scozzesi, ai Catalani, ai Cornici, ai Sardi, ai Napolitani, ai Toscani e via dicendo. Il Leone marciano, simbolo per eccellenza delle Terre di San Marco e quindi dei Veneti, è a pieno diritto incluso in questa lista recriminatoria, benché non in relazione all’invasione francese della Venezia, come qualcuno, in modo avventato, potrebbe essere tentato di pensare. Infatti, il còrso Buonaparte, che fece letteralmente carte false per poter essere annoverato tra i Francesi, in seguito ad alcuni episodi di pura, eroica resistenza veneta ai princìpi democratico-massonici della Rivoluzione Francese, dichiarò una vera e propria guerra al Leone di San Marco (inserire dichiarazione di guerra del Buonaparte al Leone di San Marco), guerra che non si placò se non quando fu convinto di aver eradicato dal cuore delle Genti marchesche l’amore per il loro sacro simbolo marciano.
A tal proposito il professor Luigi Tomaz ha scritto:


«… Questa guerra ai Leoni è l’unico caso storico di dichiarazione di guerra contro un simbolo. Si calcola che nello Stato da Tera, Istria esclusa, furono abbattuti 5.000 Leoni. Quelli oggi sulle colonne, sulle porte e sulle facciate, sono o rifatti o restaurati incollando e integrando i frantumi dissotterrati.» (Luigi Tomaz. Dalla Parte del Leone: la resistenza popolare marchesca in Veneto, Istria e Dalmazia alla caduta della Repubblica Serenissima nel 1797, 1998, Venezia).


Se Buonaparte dettò la dichiarazione di guerra al Leone di San Marco, va purtroppo rammentato che alcuni Veneti, uno per tutti il poeta Ugo Foscolo, incantati dai “valori” democratici propalati dalla Rivoluzione Francese, aderirono entusiasticamente al programma menzognero del malfattore Còrso, forse nemmeno realmente consci di eseguire un ordine parricida: distruggere il Leone di san Marco ovunque esso si trovasse per farne sparire vestigia e Memoria! Non si può che rimanere di stucco di fronte alle motivazioni di chi tradì a cuor leggero la propria Patria e il Popolo veneto tutto. Siano dannati per aver messo a repentaglio la vita di tutti i Veneti, oltre che per aver distrutto il futuro di Venezia e del Popolo veneto.
Tuttavia, talvolta le cose possono anche andare peggio: dalla padella alla brace, come suol dirsi. È il caso dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia per mezzo del plebiscito-farsa del 21-22 ottobre del 1866. In seguito a quest’ennesima invasione della Venezia, venne addirittura vietata l’esposizione del gonfalone di San Marco tramite un proclama della municipalità democratica del governo provvisorio, che arrivò a prevedere la pena di morte per chiunque avesse gridato il millenario motto “Viva San Marco!” (inserire il proclama… tramite link al motto integrale?) o per chiunque avesse esposto il gonfalone di San Marco.
Sempre Tomaz:


«… Il Dramma di chi ha vissuto e continua a vivere questa storia è che il tricolore italiano è stato ideato sul modello del tricolore di Buonaparte, nel 1796, a Reggio, dai Cispadani e che poi è stato adottato dai Cisalpini contro la bandiera cremisi del Leone alato di San Marco.»
(Luigi Tomaz. Dalla Parte del Leone: la resistenza popolare marchesca in Veneto, Istria e Dalmazia alla caduta della Repubblica Serenissima nel 1797, 1998, Venezia).


Tuttavia, il Leone marciano è stato ovunque oggetto di “ripescaggio” (nel senso vero e proprio del termine) in Veneto così come negli ex-possedimenti veneziani oltremarini: è il caso dei Leoni marciani di Treviso, che, grazie al contributo di generosi finanziatori (nominare il Rotary?), i quali ne permisero anni addietro le ricerche, il ritrovamento e i conseguenti restauri, vennero recuperati nel Sile dove le orde giacobine li avevano dispersi in pezzi: grazie a Dio, parte della Memoria marchesca della Marca trevigiana fa ora bella mostra di sé lungo le mura di Treviso e a Ca’ dei Carraresi. (FOTO!!)…


Tentativi di emulazione, contraffazione, sopraffazione.


Esistono comunque anche più illustri casi di tentativi di emulazione (o appropriazione, che dir si voglia) del simbolo marciano: basti pensare alle operazioni propagandistiche della Zecca italiana, la quale, prima dell’avvento del nefasto euro, stampava su ogni banconota in Lire un Leone di San Marco andante (inserire foto delle Lire!!) in ricordo del prestigio di cui godeva l’oro sopraffino coniato presso la “Cecca” della Serenissima, battente, come è noto, l’oro più puro del mondo. Quando fu creato l'euro e ogni Stato della Comunità Europea fu libero di coniare la nuova moneta recante un simbolo che ricordasse le memorie della propria Nazione, l'Italia, per contro, scelse di censurare qualsiasi riferimento alla più splendida Civiltà dell'Europa pre-rivoluzionaria, nascondendo i simboli gloriosi dell'ultra-millenaria Storia della Venezia, come se la Mole di Torino, il profilo di Dante, il barbuto Verdi, la Venere del Botticelli, il Colosseo, et cetera, potessero risarcire i Veneti dell'usurpazione della loro Memoria.